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martedì 27 ottobre 2015

FRISINO, L'AMORE E IL SUO "TROPICO DEI ROMANTICI"

Pugliese, ma romano d’adozione. Inserito dal portale Rockit tra i dieci nuovi cantautori italiani da tenere d'occhio. Il suo primo album Tropico dei romantici (Volcan Records) è un trattato sull’amore e sulle mille sfaccettature di un sentimento che si evolve nel tempo, cambia volto e cambia le persone: malinconico in Non deve finire, quasi cattivo in Dimmi che vuoi, ormai finito in Lontanissimo.
Personalmente, ho sempre provato un sentimento contrastante verso il cantautorato italiano, figlio spesso di una borghesia annoiata, più che di una rivoluzionaria voglia di cambiare il mondo attraverso le parole in musica. Alla soglia dei trent’anni, mentre  riscoprivo la bellezza gentile dei versi di Lauzi, Bindi, Tenco, ho imparato ad apprezzare chi osa scrivere e cantare d’amore, da cui l’interesse per questo giovane cantautore, “antico” nel senso buono del termine, ma attuale come il sentimento che racconta. Parliamo di lui, di Frisino, che abbiamo intervistato per farci raccontare del suo album d’esordio, dell’amore per la musica e dell’amore in generale.





Tropico dei romantici è il tuo disco di esordio. Secondo il portale Rockit.it sei tra i dieci nuovi cantautori italiani da tenere d’occhio e la critica ha accolto positivamente il tuo lavoro. Un ottimo inizio per un’opera prima: cosa ne pensi? E il pubblico come sta accogliendo il tuo album?

Sono sincero se ti dico che non mi aspettavo proprio di finire tra i dieci cantautori scelti da Rockit! Sono rimasto sorpreso quando l’ho letto ed ho ricevuto una serie di domande e di richieste, che son continuate anche con le due presentazioni che ho fatto insieme al resto della band sia a Milano all’Arci Ohibò che a Roma a Na Cosetta.
Ogni giorno cresce l’interesse intorno al progetto e ci sono tante cose da fare e ne sono davvero contento: anche se è dura, è questo quello che vorrei fare sempre!


Il tema dominante del tuo disco è l’amore, non solo quello struggente, ma anche quello felice e ricambiato. Una scelta in contrasto con lo stereotipo del cantautore “sofferente”. L’amore che canti è frutto di esperienze di vita? E il fatto di essere un bel ragazzo ti ha aiutato ad essere meno “sofferente” in amore?

L’amore è al centro di tutto e non finirà mai di essere scavato, sviscerato, indagato, resterà sempre. L’aspetto fisico qui conta poco, quando si soffre puoi essere anche un Adone, ma stai male come un cane e niente e nessuno, se non il ritorno della persona amata ti possono consolare. L’aspetto fisico non conta nulla se non ci sai fare con le persone. Per me è tutta una questione di empatia, se scatta quella possiamo fare tutto. Lo stesso impeto lo riverso nelle canzoni, che parlano d’amore si, perché l’amore ci salva sempre da tutto. In questo disco ho voluto scrivere d’amore perché mi viene facile e perché mi sento vicino a molti cantautori del passato.


Le storie che racconti nelle tue canzoni sono ambientate in giro per l’Italia, da Milano a Lecce. Un po’ come la tua vita, in giro per lo stivale. Cosa ti manca di più del Sud che hai lasciato? E pensi un giorno di tornarci in pianta stabile?

Mi mancano i colori, gli odori, il mare e le persone che amo. Ma quando posso scappo sempre in Puglia per rigenerarmi, spero un giorno di poterci tornare, anche se quando vivi in una grande città ti abitui anche se non vuoi ad una serie di ritmi che diventano tuoi e il contrasto con la lentezza con cui si svolge la vita giù da noi è forte. Vedremo.


Il cantautorato in Italia ha una lunga tradizione. Guardando al passato, a chi ti ispiri maggiormente? E ci sono invece giovani artisti che ti hanno influenzato e vorresti consigliarne l’ascolto?

Ti faccio due nomi che racchiudono un po’ tutti i miei ascolti: Paolo Conte e Luigi Tenco. In mezzo a loro passano tutti i cantautori che ci sono stati in Italia e che mi hanno segnato in una fase o in un periodo storico particolare.  Come si fa a non amare Lauzi? O a cantare a squarciagola “il nostro concerto” di Bindi?  Ecco ai vostri lettori consiglio questi due per cominciare.


Immagina che il disco registri un enorme successo di pubblico: svesti i panni del cantautore “raffinato” per dedicarti al mainstream o continui nella tua ricerca personale e musicale, anche a scapito dei risultati raggiunti?


Resto la persona che sono. Non mi sento raffinato, anzi il mio è un approccio più pasoliniano, perché ho tanto da imparare e da conoscere. Questo disco non l’ho registrato per fare successo, l’ho fatto perchè era un’esigenza che mi sono portato dietro per anni e alla fine grazie all’incontro con il produttore Antonio Filippelli l’ho portato a compimento. Una cosa mi auspico: quella di iniziare a fare tanti concerti sia da solo che con la band e riuscire così a portare la mia musica in giro il più possibile.



mercoledì 21 ottobre 2015

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DI UN CAPODANNO NEOMELODICO

Ebbene sì, la profezia dei Maya sulla fine del mondo era vera!
Quei mattacchioni che altro non sono dei Maya, avevano solo toppato la data e il luogo da cui l’Apocalisse sarebbe partita per giocare uno scherzone all’umanità intera. La data esatta della fine del mondo è il 31 dicembre 2015 e tutto avrà inizio dalla città di Lecce.

Stando agli studi condotti dal grande astronomo peruviano Quittelammolla, noto per la sua propensione a predire catastrofi poi realmente verificatesi (lo scioglimento dei Take That, la fine di Beverly Hills 90210 e il successo di Antonella Clerici), un enorme cratere si aprirà allo scoccare della mezzanotte nella città salentina, al risuonare delle note di “Miele” (che poi diventa sale, se siamo in riva al mare) e inghiottirà l’umanità intera.
In una grotta nei pressi di Quito, è stato di recente ritrovato un antico pittogramma che ritrae un uomo pelato dai tratti tipicamente partenopei, accompagnato da una donna dai lunghi capelli neri e il trucco pesante, con nelle mani un oggetto che parrebbe essere un microfono. Di fronte a loro una folla festante, con abiti di dubbio gusto. La scena si svolge in una piazza sovrastata da un obelisco, sulla cui sommità è posizionata la statua di un uomo barbuto dallo strano cappello (il folletto Memole?). Da una serie di riscontri effettuati dai Centri dimagranti Sorbino, noti per la precisione certosina nell’effettuare riscontri su antichi pittogrammi Maya, la città rappresentata da Quittelammolla sarebbe proprio Lecce e l’uomo pelato dai tratti partenopei Gigi D’Alessio. Gli unici dubbi riguardano l’identità della donna dal trucco pesante, i cui tratti sarebbero riconducibili a diversi soggetti.
Gli studiosi hanno elaborato due teorie per spiegare la profezia:

1.      in seguito alla visita nella città da parte di tale Alberto Angela e del proliferare su Facebook di post sulle bellezze “te lu SALENTU”, Mark Zuckerberg avrebbe speso una parte del suo ingente patrimonio per convincere il noto neomelodico a scegliere il capoluogo salentino come sede del suo concerto di Capodanno, esclamando la celebre frase “AND NOW, THESE ARE YOUR COCKS”, difficilmente traducibile in italiano. Il già fragile ecosistema locale non avrebbe quindi retto agli acuti malriusciti, da cui l’Apocalisse;

2.      nel 1998 la città di Matera decise di investire tutti i fondi destinati alla costruzione della sua prima stazione ferroviaria in dischi di un esordiente cantante napoletano, che schizzò quindi in cima alle classifiche nazionali con grande sorpresa di tutti. In futuro, avrebbero utilizzato il partenopeo come arma di distruzione di massa contro i nemici. Come la Corea del Nord lancerebbe volentieri i suoi missili nucleari contro gli odiati cugini del Sud, così Matera avrebbe quindi scagliato Gigi D’Alessio contro i nemici leccesi, colpevoli di sfottò continui sulle sue “petre” in occasione della candidatura di entrambe le città a “Capitale europea della cultura”. I materani non sapevano però che il cratere creatosi in quel di Lecce avrebbe inghiottito anche loro e il genere umano tutto.


Data l’elevata attendibilità della profezia Maya e la certezza della presenza del noto neomelodico, si consiglia vivamente di eliminare la città di Lecce come luogo in cui festeggiare con allegria il proprio Capodanno: meglio il trenino con “A, E, I, O , U…IPSILON” di Pescasseroli!



mercoledì 14 ottobre 2015

LA MALEDIZIONE DELLA NOTA VOCALE

Più fastidiose degli squilli, di cui rappresentano l’indegna evoluzione. Simpatiche come un riccio dagli aculei ritti infilato nelle mutande durante l’ora di crossfit. Generalmente hanno un’utilità prossima allo zero, pari a quella delle riflessioni sui grandi temi di attualità di Flavia Vento (l’egittologa) su Twitter. Oggi parliamo di loro: le note vocali!
Se Mosé avesse tentato la fuga dall’Egitto oggi, Dio le avrebbe inserite tra le dieci piaghe al posto delle ulcere su umani e animali: cosa sono delle “simpatiche” piaghe sul corpo in confronto a minuti interminabili di monologhi basati sul nulla?
Leggenda vuole che le noti vocali siano una creazione del demonio: invocato per sbaglio da Paolo Brosio durante la scrittura di uno dei suoi libri su Medjugorie per dare un tocco di pepe al racconto, punì il genere umano tutto con la maledizione dei messaggi vocali registrati!
La verità è che quando riceviamo una nota vocale, magari in risposta a una semplice domanda tipo “cosa mangi?” o “sta piovendo?”, il pensiero comune è sempre lo stesso: “perché a me? PERCHÉ?”.

Tra la miriade di note vocali che riceviamo quotidianamente, tre sono quelle che più odiamo:

1.      la nota vocale fiume, (durata minima stimata 5 minuti), ovvero un monologo in cui non è prevista alcuna possibilità di risposta, ad accezione di un “ok”, spesso rappresentato con l’iconico pollice ritto. La verità è che nessuno ascolta note vocali che superano i 30 secondi, al massimo si ascoltano a tratti e mentre si fanno attività a cui si presta maggiore attenzione. Quasi sempre la nota vocale fiume non viene nemmeno scaricata e si cerca di coglierne il contenuto chiedendo informazioni alle persone che hanno avuto il coraggio di ascoltarle. Per chi è solito inviare note vocali di tale durata, il consiglio è solo uno e si riassume in una sola parola: SINTESI!!!

2.      la nota vocale interrotta, (durata media 1 minuto), è quella che vorresti tanto ascoltare, perché si presuppone sia pregna di significati e di contenuti a cui sei realmente interessato, ma nel momento clou si interrompe, lasciandoti quella sensazione di amarezza che provi soltanto quando una puntata della tua serie preferita si conclude con “il tuo vero padre è…TITOLI DI CODA!”. In genere l’interruzione è dovuta ad un incauto utilizzo dello smartphone, al pollice che scivola via o all’entrata di orecchie sgradite nella stanza in cui si sta registrando. Il consiglio in questo caso è uno soltanto: come durante un rapporto sessuale, cercate di concludere! 

3.      la nota vocale musicale, (durata media 3 minuti), consiste nell’invio di una canzone, romantica per l’innamorato/a, demenziale o trash per le amiche KreTine. Nell’universo dei messaggi vocali, sono le meno fastidiose. Il problema è che spesso sono accompagnate da quel simpatico fruscio di sottofondo che rende impossibile capire se trattasi di un capolavoro dei Beatles o dell’ultima hit stracciapalle di Alessandra Amoroso. Se volete dedicare una canzone, evitate quindi di registrarla live, ma scaricatene il file e inviatelo: solo così il senso della nota verrà recepito correttamente dal destinatario!


Fiume, interrotta o musicale che sia, non fa alcuna distinzione per me: le odio tutte indistintamente! Piuttosto l’ascolto dell’intera messa trasmessa su Rai Uno la domenica mattina, con emicrania da postumi del sabato sera, ma alle note vocali (come ai grassi e ai colpi di sole) dico NO!     



lunedì 7 settembre 2015

UN’ESTATE DI ME…

Quando tutto quello che avevi sognato di fare durante la stagione estiva non si realizza neanche in minima parte e i tuoi buoni propositi di maggio diventano delle tristi riflessioni settembrine, allora anche tu hai trascorso “un’estate di ME…”.
Riconoscere “un’estate di ME…” è semplice, bastano pochi indizi o semplicemente elencare le nefandezze accumulate nei giorni più caldi dell’anno.

UN’ESTATE DI ME… è quando non vedi l’ora di partecipare ai festival musicali più fighi d’Italia e d’Europa, quelli che ospitano sui loro palchi le grandi stelle della musica mondiale, dai Muse al Rock in Roma a Lady Gaga e Tony Bennett all’Umbria Jazz, da sua bombastica maestà Nicki Minaj all’Estathé Market Sound, fino alla divina Lauryn Hill al Lucca Summer Festival...e poi lo Sziget di Budapest, il Flow Festival di Lubiana, il Positivus Festival di Salacgriva, sulla costa nord della Lettonia…mentre tu ti ritrovi al concerto di Orietta Berti a CAPRARICA DI TRICASE, tra arzille settantenni che ti invitano a farti da parte perché intralci loro la visuale.

UN’ESTATE DI ME… è quando vorresti investire i soldi messi da parte nei precedenti mesi di lavoro nel tuo viaggio dei sogni…due settimane nell’isola del Mediterraneo, dove l’unica preoccupazione è ricordarsi di spalmare la crema solare ogni due ore, tra fiumi di mojito ghiacciato e aitanti manzi in attillati costumini fluo (che nulla lasciano all’immaginazione)…poi scopri di dover pagare tasse di cui ignoravi l’esistenza, tipo sulle unghie dei piedi troppo lunghe, e allora non ti resta che dimenticare l’isola e andarti a sciacquettare nelle fresche acque della spiaggia cittadina, tra la famiglia barese che abbandona le bucce di melone perché “tanto sono biodegradabili” e i signori di mezza età con la pancia alcolica, che in comune coi manzi hanno solo il costumino fluo attillato che nulla lascia all’immaginazione, causandoti un impellente desiderio di vomitare anche l’anima.




UN’ESTATE DI ME… è quando con i tuoi amici progetti serate all’insegna del divertimento sfrenato, non c’è serata che potrete perdervi ed è tutto un “andremo lì…e lì…e poi anche lì…”, per la tua gioia…ma nella realtà, se si riesce a fare una serata a settimana è pure tanto, perché c’è l’amico “sono troppo stanco dopo il mare” e l’amica “non vengo perché potrei incontrare il mio ex”…e tu vorresti far provare all’amico la stanchezza del lavoro in una miniera siberiana e all’amica far capire che l’ex non la considerava neanche quando stavano insieme e lui si faceva anche i buchi nei muri.

UN’ESTATE DI ME… è quando ovunque ti perseguitano Marie Salvador…si susseguono i servizi di Studio Aperto sull’allarme caldo…i giornali sono pieni di selfie vip nelle più belle località estive…devi lavorare mentre il resto del mondo si diverte…punti gli affascinanti turisti provenienti dal Nord Europa, immaginando ore di sesso selvaggio in una lussuosa camera d’albergo, e ti ritrovi a "fare all’amore" in una squallida pineta con il solito grezzoncello autoctono, tra formiche e zanzare che ti causano gli unici spasmi degni di nota.


Se anche voi avete vissuto UN’ESTATE DI ME… è arrivato il momento di gioire: è tutto finito (DEO GRATIAS)!!!



venerdì 17 luglio 2015

PERCHÉ GUARDARE I FILM DI WES ANDERSON FA BENE?

Se cercate un mondo privo di cattiveria e malizia, in cui ogni azione è compiuta in maniera innocente e mai volutamente per fare del male agli altri, abitato da personaggi naïf e vagamente nostalgici, con un senso dell’umorismo non accessibile a tutti, allora avete il dovere morale di guardare un film di Wes Anderson. Se siete hipster, o comunque pensate di esserlo, e vi piace la musica indie, forse l’avrete già fatto e ve ne sarete sicuramente innamorati.

Perché guardare i film di Wes Anderson fa bene? La risposta può essere riassunta con la descrizione di una scena. Suzy chiede a Sam un french kiss a conclusione del loro viaggio in Moonrise Kingdom, lui risponde con un “Let’s try” dopo aver improvvisato un goffo balletto sulle note di Le temps de l’amour di Françoise Hardy: musica proveniente da un giradischi a pile che la piccola Suzy ha portato con sé fuggendo di casa, insieme al suo gatto e ai suoi libri preferiti.




Ne I Tenembaum, un’eterea Gwyneth Paltrow interpreta il ruolo di Margot, figlia adottiva dell’avvocato Royal Tenembaum (un iconico Gene Hackman), che decide dopo anni di riunire la sua famiglia, fingendosi affetto da un cancro allo stomaco. Per tutta la durata del film, Margot fuma sigarette di marca Sweet Afton, in commercio solo in Irlanda: un oggetto feticcio, come il giradischi a pile di Suzy. Oggetto dell’amore segreto del fratellastro Richie, che tenterà il suicidio per l’impossibilità di coltivare questo sentimento, è affetta da una depressione cronica, che le ha impedito di coltivare il suo talento di drammaturga, confinandola in un triste matrimonio. I Tenembaum sono un elogio alla figura dell’inetto, del talento sprecato, del tempo perso dietro passioni stucchevoli: solo l’amore porta sollievo, anche se vissuto segretamente, come decideranno di fare Margot e Richie alla fine del film.




Riunire la famiglia è anche il motivo dominante de Il treno per il Darjeeling, in cui tre fratelli, un anno dopo la morte del padre, cercano di ricostruire il loro rapporto organizzando un viaggio in treno in India, per raggiungere il santuario dove anni prima aveva deciso di ritirarsi la madre. Tra i tre fratelli, il più piccolo, Jack (Jason Schwartzman), non riesce a dimenticare la sua ex ragazza, che ha lasciato a Parigi, e passa il tempo a riascoltare di nascosto la sua segreteria telefonica, di cui conserva ancora il codice segreto. Il viaggio dei fratelli si conclude sulle note di Les Champs Élysées di Joe Dessin.




Dell’esplosione di colori di Grand Budapest Hotel non mi è rimasto granché: sicuramente un piacere per gli occhi, ma della tensione emotiva dei precedenti lavori molto si è perso, ad eccezione della Madame Céline Villeneuve Desgoffe und Taxis (Madame D.) interpretata da Tilda Swinton.




Le storie di personaggi naïf, persi nei loro pensieri, bloccati dalla paura, dall’ansia, da sentimenti repressi, incapaci di aprirsi al mondo e che comunicano solo nella ristretta cerchia di affetti che li circondano, ricorrendo al viaggio come via di fuga ad una realtà che li opprime: è questo il motivo per cui guardare un film di Wes Anderson,  perché aiuta a ritrovare sé stessi nelle storie degli altri.

martedì 14 luglio 2015

MARCELLO CESENA E IL BARONETTO JEAN CLAUDE

Tutti ricordano il personaggio del baronetto Jean Claude in Sensualità a corte: i suoi litigi con Madre, finiti quasi sempre in tragedia; gli amori tormentati coi vari Renato (Batman), Stefano (Dart Fener), Armando (Diabolik), Titti (Robin Hood) e Diana (Wonder Woman); il rapporto complicato con la moglie Cassandra, che tenterà più volte di trasformare il baronetto in un campione di virilità, con risultati a dir poco scarsi. Un simpatico inetto di fine Settecento,  insomma.
Curiose di sapere le sorti dell’amato baronetto, le KreTine hanno deciso di intervistare l’attore e regista Marcello Cesena: dal suo passato coi Bronkoviz, alle esperienze come  regista con Diego Abatantuono in Mari del Sud e Aldo, Giovanni e Giacomo in Il cosmo sul comò. Un dilemma su tutti: riuscirà Jean Claude a coronare il suo sogno d’amore?  





Il personaggio di Jean Claude in Sensualità a corte ti ha reso celebre al pubblico più giovane. Le KreTine più attempate ti conoscevano e apprezzavano già ai tempi dei Bronkoviz, compagnia fondata con Maurizio Crozza, Carla Signoris, Ugo Dighero e Mauro Pirovano. Cosa pensi della comicità italiana di oggi, sempre più lontana dal teatro, dal cinema e dalla stessa tv e concentrata sempre più sul web?

Oramai, lo confesso, seguo più la comicità sul web che quella televisiva. Diciamo che la scomparsa dalla TV di gran parte dei programmi comici “storici” mi ha aiutato molto in questo. Trovo che il web sia un palcoscenico implacabile, perché quando guardi, per dire, una web-serie, sei solo e concentrato molto più che davanti alla TV. Quindi se la noia serpeggia, lo capisci subito.


Hai studiato alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova e debuttato in teatro accanto Giorgio Albertazzi nell’Enrico IV di Pirandello. Secondo te esiste una ricetta per riportare il pubblico più giovane al teatro?

La ricetta è puntare in maniera decisa ad un pubblico giovane. Mentre il teatro, come la televisione generalista d'altronde, ha continuato a puntare al pubblico degli abbonati, cioè ad un pubblica via via sempre più anziano, proponendo cose il più delle volte vecchie e brutte.


Come regista cinematografico hai diretto Diego Abatantuono in Mari del Sud (2001) e Aldo, Giovanni e Giacomo in Il cosmo sul comò (2008). Per un attore comico è complicato rapportarsi sul set a colleghi nel ruolo di regista? E ti vedremo presto a dirigere un nuovo film?

Per me è stato molto naturale il passaggio alla regia. In fondo, da regista e attore, io e gli attori dei miei film parliamo la stessa lingua e ci capiamo al volo. Spero di girare presto un nuovo film.


Hai diretto alcune tra le più note campagne pubblicitarie degli ultimi anni, con testimonial come Gigi Proietti, Fiorello, Luciana Littizzetto, Paola Cortellesi, Claudio Bisio e tanti altri. Hai mai ricevuto critiche da quegli ambienti radical chic che guardano spesso con disprezzo a tutto ciò che è “commerciale”? E come hai risposto nel caso?

Da moltissimo tempo, la pubblicità è considerata un linguaggio trainante per molte altre forme espressive. Di conseguenza, non esiste più alcuno snobismo in questo senso, anzi.


Per concludere, il “grande perché delle KreTine”: perché in Sensualità a corte il povero Jean Claude non giunge mai a coronare il suo sogno d’amore con un bel fustacchione, in pieno stile telenovela sudamericana (pensiamo al rimpianto Edoardo Palomo in Cuore Selvaggio)?


Jean Claude non coronerà mai il suo sogno d’amore, esattamente come Silvestro non mangerà mai Titti: è la loro natura!

venerdì 10 luglio 2015

90’s K-MEMORIES: TAKE THAT

Se nella prima metà degli anni ’90 vi è capitato di assistere a scene di delirio collettivo, con ragazzine urlanti e piangenti ad occupare le strade e a presidiare l’ingresso di alberghi romani o milanesi, sappiate che la causa di tali fenomeni paranormali erano loro: i Take That. Il gruppo, nato nel 1990 nella ridente cittadina di Manchester, ha sconvolto le vite (e gli equilibri ormonali) di milioni di teenager italiane ed è stato causa di picchi di omosessualità rilevanti nella popolazione maschile che ha vissuto la sua adolescenza in quegli anni. Basti pensare al video di Pray, in cui i cinque ragazzi adornano mezzi nudi uno scenario da favola e ogni tanto vengono travolti da getti d’acqua o si rotolano nella sabbia, panandosi come delle cotolette.




Come nella migliore tradizione popparola, ogni ragazza aveva il suo Take That preferito, quello che ad ogni sua apparizione provocava pianti e scenate isteriche, la cui icona (poster gigante a grandezza naturale) andava gelosamente custodita in camera. Dei cinque componenti originari, i più apprezzati erano due: Robbie Williams, causa del primo scioglimento della band dopo la sua prematura uscita dal gruppo nel 1995, che incarnava lo stereotipo del “bad boy” alla Dylan di Beverly Hills, ma con un tocco di follia in più; Mark Owen, che incarnava invece lo stereotipo del bravo ragazzo, viso angelico, capello biondo e aria da fidanzatino che piace tanto alle mamme. Tra i due opposti, Gary Barlow, autore della maggior parte dei testi della band, Howard Donald e Jason Orange, dei quali non ricordo le doti, ma uno dei due aveva i dread forse.
I Take That sono come i gatti: hanno avuto diverse vite, ma dopo vari scioglimenti e reunion sono tutt’ora attivi musicalmente. Quelli che ci interessano maggiormente sono quelli attivi tra il 1990 e il 1995, degli album Everything Changes e Nobody Else e di singoli che hanno accompagnato i nostri sculettamenti di quegli anni (Relight my fire e Sure su tutti). Chi non ha scritto sul diario struggenti lettere d’amore con alle orecchie le cuffiette del walkman e le tristi note di Back for good?




L’Italia fu sconvolta da questo fenomeno come non lo era stata dai tempi dei Duran Duran. Ricordo un Sanremo con Pippo Baudo intento a frenare i bollori delle ragazzine presenti nella platea dell’Ariston. Soprattutto non dimenticherò mai una puntata di Non è la Rai in cui erano ospiti e le ragazze erano più scatenate del solito, tipo cavalle drogate prima di una corsa! Quando nel 1995 Robbie Williams decise di lasciare il gruppo, per un’intera generazione il cuore cessò di battere per un istante: non era infarto, ma la consapevolezza che stava finendo un’epoca, quella della spensieratezza, degli amori da diario e della musica dai walkman. I quarantenni che girano oggi per l’Europa non fanno che accrescere quel senso di vuoto e di nostalgia in milioni di ex teenager made in ‘90s: meglio ricordare il passato, quello dei goderecci anni ’90, piuttosto che affogare nel triste presente!